Il coro è un progetto divino
Intervista a Cecilia Gasdia

di Rossana Paliaga
Finestre, Choraliter 60, gennaio 2020

In un Paese che si sta aprendo con interesse alla coralità professionale, ci si domanda spesso quali possano essere le prospettive reali di impiego per gli artisti della musica corale, in perenne equilibrio tra formazione e competenze specialistiche e militanza nel mondo vivace, appassionato ma dalle opportunità limitate della coralità amatoriale. 

Nei mesi scorsi la Fondazione Arena di Verona ha posto per ben tre volte sotto i riflettori le capacità di due professionisti della coralità che sono spesso attivamente vicini alle iniziative Feniarco in qualità di docenti e con il loro appassionato contributo allo sviluppo della cultura corale in Italia nell’ambito della direzione, dell’organizzazione, della formazione e della composizione. Il progetto Viaggio in Italia, realizzato al Teatro Filarmonico di Verona, ha unito nel cartellone i nomi di Alessandro Cadario e Matteo Valbusa, il primo impegnato nella riscoperta della Missa pro defunctis di Domenico Cimarosa, il secondo alla direzione del concerto Fuoco di gioia e maestro del coro nella produzione dell’Elisir d’amore. Nume tutelare della non scontata volontà di affidare le voci di un coro professionista al gesto di chi ha competenze specifiche in materia corale è Cecilia Gasdia, celebre cantante lirica che oggi è nota anche per il suo impegno nella gestione di attività culturali in qualità di direttore artistico e sovrintendente della Fondazione Arena di Verona.

Iniziamo dall’evento più recente, ovvero il doppio impegno che Matteo Valbusa ha definito in un’intervista «un sogno che si avvera».

Il nostro coro ha ovviamente un maestro, Vito Lombardi, che doveva essere sostituito temporaneamente in concomitanza di un suo impegno artistico altrove. Ho pensato subito a Matteo Valbusa, che ho cominciato a conoscere e seguire tempo fa a Bosco Chiesanuova, che è il suo paese d’origine, ma anche il paese di mia mamma, dove ho trascorso tutta l’infanzia. Ho assistito spesso ai suoi concerti e trovo sia un ottimo musicista. Ho pensato subito a lui perché sono convinta che le belle personalità artistiche (magari anche locali, come in questo caso) vadano valorizzate, permettendo loro di mettere in pratica le competenze acquisite. Sono molto felice della scelta, perché ha fatto un ottimo lavoro non soltanto dal punto di vista artistico, ma anche umano, creando un rapporto di stima e fiducia con il coro. È riuscito, sebbene in un breve periodo, a coniugare tutti gli aspetti nel modo migliore e penso che questo rappresenti un bel successo personale.

Come è avvenuto invece l’incontro con Alessandro Cadario, che ha debuttato all’interno della vostra stagione con una prima esecuzione veronese della Missa pro defunctis di Cimarosa?

Ho conosciuto il maestro in un altro contesto e mi aveva raccontato del suo legame forte con la musica corale. Quindi ho pensato che non ci sarebbe stato nulla di meglio che offrirgli qualcosa di veramente prezioso come questa composizione di più rara esecuzione. Nella parte finale dell’anno scorso avevo previsto un programma legato alla musica italiana e ho voluto subito combinare l’opera Il matrimonio segreto con questa vera e propria chicca.

Il ruolo di sovrintendente offre la possibilità di realizzare visioni e convinzioni artistiche per portarle all’attenzione di pubblico e media. La valorizzazione di repertori rari è uno dei messaggi artistici che le stanno a cuore?

È un’inclinazione che mi accompagna da sempre. Ho iniziato la carriera quarant’anni fa, quando i teatri avevano più possibilità economiche per mettere in scena lavori inconsueti. Ci sono certamente 30-35 opere rare che ho cantato una volta sola, ad esempio Cendrillon o Demofoonte, ma per me è stato bellissimo accostarle ai grandi titoli di repertorio. Poi il panorama musicale è cambiato, facendo diminuire la sperimentazione di titoli nuovi, ma ora il Ministero ci incoraggia nuovamente a muoverci in questa direzione. Ferma restando la necessità di avere un teatro pieno, non si possono fare soltanto titoli di repertorio. Occorre introdurre qualcosa di meno eseguito, per dare un segnale. La stagione estiva dell’Arena è improntata principalmente ai grandi titoli, ma nel resto dell’anno il Teatro Filarmonico è il luogo ideale per stimolare l’interesse culturale, mantenendo però sempre un equilibrio rispetto alla programmazione e ai desideri del pubblico.

Parliamo delle sue esperienze corali: certamente la più nota a tutti è l’attività nel coro dell’Arena, dal quale ha preso il volo per una grande carriera da solista. Le piaceva cantare in coro?

Ho iniziato a cantare in coro ancor prima, in quarta ginnasio, con un gruppo di ragazzi che come me studiavano al conservatorio. Alcuni di loro hanno fatto una carriera artistica. Avevamo fondato una piccola corale e provavamo una o due volte alla settimana nella chiesa vicino al nostro liceo, dove il parroco ci dava a disposizione uno spazio. Andavamo in giro per la città a esibirci per la sola gioia di cantare. Nel coro dell’Arena sono entrata invece a diciassette anni e mezzo, vincendo l’audizione. Qui sono stata assunta per tre stagioni, tra il 1978 e il 1980, e penso siano stati gli anni più belli e divertenti della mia vita. Era entusiasmante cantare all’Arena, dove era facile entrare in contatto con artisti straordinari come Riccardo Muti, che venne qui a dirigere il Requiem di Verdi. Averlo davanti è stata un’emozione straordinaria e non avrei mai immaginato che pochissimo tempo dopo proprio lui avrebbe dato il via alla mia carriera da solista. Firmando le dimissioni dal coro ho pianto molto, ma ora la vita mi ha riportata a contatto con questa compagine, nella quale ho mosso i primi passi, ed è una situazione emozionante che riporta alla mente molti ricordi. Il coro all’epoca contava intorno ai 210 elementi, una falange incredibile che mi faceva sentire parte di un progetto divino. Lo dico sempre a tutti: cantare in coro fa bene allo spirito. In un coro amatoriale si riuniscono persone che svolgono i mestieri più disparati e decidono di ritagliare una parte del proprio tempo libero per cantare. Il coro è capace di darti sensazioni tali che nemmeno il solista dell’opera può regalarti.

Diversi cantanti lirici si stanno affermando come ottimi direttori artistici e sovrintendenti. Come ha affrontato il passaggio da un’attività artistica a un ruolo prettamente amministrativo?

Quando si entra in una struttura come questa, si può contare sul supporto di personale molto preparato. Tuttavia occorre rendersi conto che l’anima artistica e quella amministrativa sono strettamente collegate, determinando insieme guadagno o perdita della fondazione. L’aspetto più complesso è l’organizzazione del lavoro dei dipendenti. Servono le persone giuste accanto, perché in realtà non esiste uno studio per diventare sovrintendente. È una materia così liquida e in continua evoluzione…
Le nuove leggi hanno dato a teatri e fondazioni direttive e regole precise che magari prima non venivano utilizzate. Conosciamo bene i limiti da non trasgredire e questo ci aiuta ad avere una dirittura amministrativa e morale. Si possono fare cose eccellenti anche senza grandi disponibilità economiche, secondo le regole del buon senso del capo d’azienda, salvaguardando al tempo stesso posti di lavoro e qualità artistica. 

Che spazio ha il repertorio sinfonico-corale nell’attività del Filarmonico?

Il coro è impegnato esattamente come l’orchestra, con metà dell’intero cartellone concertistico. Quest’anno avremo dodici concerti, quindi venticinque serate nel 2020, con appuntamenti molto interessanti. Personalmente sono un’amante delle messe e penso si rifletta chiaramente nel programma. All’Arena l’anno scorso abbiamo proposto i Carmina Burana, quest’anno è prevista la Nona sinfonia di Beethoven, al Filarmonico invece la Missa in honorem Sanctissimae Trinitatis di Mozart, il Requiem di Cherubini, la Messa solenne di Gounod in onore di Santa Cecilia.

[Foto Ennevi / Fondazione Arena di Verona]

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