Un antidoto al materialismo
Il pellegrinaggio (anche) musicale di Paolo Rumiz

di Rossana Paliaga
Fuori dal coro, Choraliter 62, settembre 2020

Nel suo peregrinare tra monasteri benedettini alla ricerca delle radici cristiane e democratiche dell’Europa, Paolo Rumiz ha sperimentato la totale corrispondenza tra il messaggio di fede e la preghiera del canto romano. La fascinazione di questo incontro è uscita dalle pagine del libro Il filo infinito (Feltrinelli, 2019) per diventare una crociata culturale che dalle piazze alla sede pontificia ha promosso il ritorno allo splendore del gregoriano come linguaggio della spiritualità occidentale. Il suo è un approccio laico, uno sguardo esterno perfettamente consapevole di quanto la storia della Chiesa sia legata alla sua manifestazione cantata.

Le riflessioni maturate lo hanno accompagnato al suo incontro con papa Francesco, del quale ci racconta...

Al Papa ho detto che nei monaci benedettini ho trovato uomini straordinari che hanno fatto l’Europa, ricolonizzando territori abbandonati attraverso la costruzione di monasteri. Ma la cosa di cui volevo parlargli era soprattutto la necessaria riforma della musica, perché faccio fatica a trovare in una chiesa cattolica un canto che mi coinvolga, anzi trovo che molte scelte musicali rappresentino un modo per banalizzare il mistero e togliere l’alone di spiritualità che ti spinge a entrare in una chiesa. Nonostante alcune persone mi avessero sconsigliato di affrontare il tema con questo papa (perché non sarebbe stato nelle sue corde…), io gli ho parlato proprio di musica perché la mia stima per questo pontefice mi impone la sincerità. Il canto corale non è soltanto un’espressione della componente invisibile della vita, un antidoto al materalismo, ma il modo per compattare una comunità orante. Gli ho raccontato di molti adolescenti allo sbando recuperati grazie a insegnanti di musica che li hanno spinti verso il canto corale. Cantare o suonare insieme porta a relativizzare il tuo ego, a quella grande dimensione dell’ascolto che è la base del monachesimo. Impari ad ascoltare chi ti sta accanto in un mondo che blatera e disorienta. L’Europa è ora un coro stonato proprio perché manca il senso del gruppo.

Dove e come ha incontrato il gregoriano?

Tutto era iniziato dalla curiosità suscitata dalla liturgia ortodossa a Trieste; da adolescente, quando sentivo le messe della comunità greca o serba, mi chiedevo come mai non avessimo niente di paragonabile nei repertori che si potevano ascoltare nelle chiese cattoliche. Poi ho ascoltato una trasmissione su Radio 3 che spiegava il senso della monodia antica e diceva che lo spartito non era un effetto collaterale della preghiera, ma la preghiera in sé. Come la metrica della cultura antica greca e latina, che era un modo per far cantare la parola. L’incontro fatale è avvenuto però due anni fa, durante il viaggio alla ricerca dei monasteri benedettini, ritrovando gli stessi canti in posti diversissimi tra di loro per clima, cultura, lingua, quasi esistesse una koinè del sentire e dell’espressione cantata. In questo canto ho ritrovato quelle pause che impreziosiscono ed esaltano quanto le precede e le segue, esattamente come nei canti originali dei muezzin. La pienezza di senso del silenzio. Una cosa che si scopre tardi nella vita. Quando si è giovani si tende a riempire tutto, mentre la maturità porta verso la semplificazione, l’alleggerimento, l’essenza, la frugalità, anche del suono.

Eppure proprio in questo canto “poco appariscente” ha riconosciuto un valore unificante, capace di parlare anche ai giovani.

Prima di Natale un’amica della zona di Rovigo mi aveva parlato dei suoi figli che avevano cantato il Puer natus all’abbazia di Praglia. San Benedetto sembrava incrociare di nuovo la mia vita e ho pensato di portare al Papa la musica di questi ragazzini. Ho chiamato il loro maestro, che era riuscito a trasmettere l’entusiasmo per questa musica. Cantavano volentieri, fieri di parlare una lingua morta, che per loro era come un codice, espressione di una cosa che agli altri bambini era negata. Ho proposto una registrazione e loro hanno provato a organizzarsi, ma con le vacanze di Natale in mezzo non avrebbero fatto in tempo per il mio appuntamento in Vaticano. Allora è nata l’idea del flash mob in piazza a Rovigo per dire, con le voci di cento ragazzini delle scuole medie, che il gregoriano non è un’anticaglia. 

Il gregoriano come chiave latina di un rilancio?

La lingua morta può mettere insieme persone diverse perché non implica egemonia. Non si tratta di imporre una grammatica, ma di ritrovare la forza dell’Europa in un’evocazione che dà il senso del tempo e della continuità. 

Il Papa ha risposto all’appello?

Ha ascoltato tutti i presenti a quell’incontro senza prendere appunti e guardando chi parlava con gli occhi sgranati. Poche volte ho visto una persona così importante dare un tale rilievo al proprio interlocutore. Mi ha risposto ribadendo la centralità assoluta dell’armonia nella fede. Abbiamo bisogno di ritrovare l’essenza. Trovo inadeguato trovare un megaschermo nella basilica di San Francesco ad Assisi. Il bisogno continuo di format televisivi non rende onore alla forza di quello che esiste, è soltanto un additivo. 

Qual è il valore che riconosce alla monodia antica e che ha voluto portare avanti nelle sue iniziative?

Ascoltando il canto dei monaci, da non musicista sentivo che questa monodia aveva un immenso valore energetico. Mi dava l’impressione che quel canto li aiutasse a ricaricarsi. La penombra dei luoghi aumentava l’attenzione sul suono, grazie alla mancanza di distrazioni visive, all’essenzialità e alla distanza dai cantori. Quando il barocco non interferiva con le sue scenografie, il gregoriano dava il massimo. La risonanza vera era sempre nella nudità romanica.

Nel suo libro ha analizzato il rapporto del suono con lo spazio: l’architettura come contenitore di suono, il sacro come acustica. In quale misura la preghiera cantata dialoga con lo spazio?

A Gerusalemme avevo compreso che il senso del viaggio non erano le immagini, ma i suoni. Forse perché da piccolo andavo nelle grotte, dove la voce risuona in modo diverso. Fin da ragazzino avevo pensato alla grotta come a un tempio, dove la voce vibra in modo particolare, evocando la presenza di qualcosa che fuori non si trova. Il sacro come risonanza di una concavità. Il mio percorso da Bose fino al santo Sepolcro è una storia di risonanze, bordoni, echi, compreso il rumore dei passi sotto i sandali dei monaci, amplificato da uno spazio che è fatto per risuonare. Entrando in una chiesetta romanica in Francia mi è venuta voglia di cantare, da solo. Ho intonato il Non nobis, canto dei templari. Un luogo di pietra accoglie la tua voce in modo perfetto. Credo che parte della capacità di conversione nei confronti dei barbari nascesse dal fatto che, entrati in una navata, abbiano potuto ascoltare la propria voce risuonare in modo diverso, avvertendo la presenza di qualcosa di superiore. 

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