Lamberto Pietropoli
Agnus Dei

di Mauro Zuccante
Repertori, Choraliter 60, gennaio 2020

Ho avuto modo di sfogliare una serie di quaderni, che raccolgono i lavori corali di Lamberto Pietropoli (1936-1994). La collezione, che porta il titolo …vo cantando… (finora, sono stati pubblicati undici fascicoli), si deve alla cura e alla devozione di Natalino Brugiolo, grande amico dello stesso Pietropoli.

I fascicoli sono aperti da una presentazione, redatta, ciascuna volta, da una persona (in primis, il conterraneo e sodale Dino Bridda) che, a vario titolo, è stata legata al musicista, bellunese d’origine e romano di adozione [1].
Per i pochi all’oscuro, diciamo, brevemente, che Lamberto Pietropoli fu musicista non professionista (di mestiere insegnante di educazione fisica), tra i protagonisti della cosiddetta musica corale di ispirazione popolare, genere diffusosi nelle decadi sessanta-settanta, parallelamente al più ampio fenomeno del revival del folk. Egli (come altri cultori di questa maniera corale) produsse un’abbondante serie di adattamenti corali (armonizzazioni, elaborazioni, trascrizioni, arrangiamenti, chiamateli come volete, la sostanza non cambia di molto), di trasposizioni di motivi conosciutissimi ricavati dalle tradizioni regionali, finanche dalle canzoni pop d’autore. Va detto però che il repertorio delle canzoni di montagna e dei cliché corali a esse associati furono il suo terreno d’elezione [2].

E così, scorrendo a ritroso gli undici fascicoli (sono partito dalla fine, perché convinto che le cose più interessanti siano confinate alla fine, ma non sempre ci azzecco), mi sono imbattuto in una produzione che potremmo definire ad usum chori. Una produzione non sistematica, che denota la veemente brama di offrire al coro amatoriale l’opportunità di cantare un po’ di tutto, attraverso un facile modello di trascrizione; modello, di per sé, sobrio e accademico, ma, a tratti, alquanto stereotipato. Questo irrefrenabile impulso di Pietropoli per la rimanipolazione [3] non si è arrestato nemmeno davanti a “terreni minati”. Sì, perché (come si legge nella prefazione al secondo fascicolo) egli «“toccava” anche le melodie già definite, inventava l’inventato per soddisfare le sue visioni». Chi scrive è – udite, udite! – Bepi De Marzi. Già, infatti, il nostro appassionato arrangiatore ha messo mano anche ad alcuni brani del neo celebrato Commendatore della Repubblica.

Insomma, ho spulciato fascicolo per fascicolo, visionando tanti lavori ammodo. Ma la mia attenzione non si è soffermata su realizzazioni particolarmente sorprendenti. Così, procedendo a ritroso, sono arrivato a sfogliare il primo quaderno della serie. Ed è qui che mi sono imbattuto in un brano per certi versi inatteso: un Agnus Dei. Una delle rare composizioni originali, un piccolo mottetto sacro; una traccia, forse, di memorie o di pratiche musicali chiesastiche (e chi non ha avuto di questi trascorsi?). Questa composizione, inquadrata in un giusto equilibrio formale, si stacca nettamente dagli altri pezzi per coerenza di stile, libertà di invenzione e ricerca espressiva. L’autore si avvale di un linguaggio ispirato a un controllato modernismo. S’intravedono tratti di debussysmo: armonie congegnate sulla scala esacordale, concatenazioni dissonanti parallele, sospensioni accordali, gravitazione della melodia intorno a una corda modale («Salmodiato» è l’indicazione agogica posta in principio della partitura), voci estreme in ottava, che conducono il canto.

C’è un passaggio di riuscita intensità espressiva (nel secondo «Agnus»), su cui vale la pena soffermarsi. Precisamente, là dove un efficace climax rimarca la parola «peccata». Inizia con un’imitazione («qui tollis»), poi le voci si ricompattano in uno stringato crescendo che si arresta su una corona (accordo di nona). È il punto in cui si esprime il culmine della tensione («peccata», appunto), prima del movimento «Più largo» (terzo «Agnus»), nel quale vengono sciolti gli attriti, sui distesi pedali conclusivi [4].
Non c’è che dire, veramente un bel pezzo. Viene da chiedersi se non sia il segno di una naïveté artistica di prim’ordine; di un eccellente orecchio musicale, a cui Lamberto Pietropoli avrebbe potuto dare maggiore sfogo.
Una curiosità. Il pezzo porta, come sottotitolo, la definizione politonale. Per politonalità s’intende la sovrapposizione di differenti ambiti tonali (il più delle volte, due, bitonalità). Invero, nella composizione non c’è traccia di tutto ciò. Pietropoli voleva semmai intendere l’assenza di una stabilità tonale? Credo di sì.

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Note
[1] Chi volesse procurarsi le pubblicazioni si rivolga direttamente al curatore, Natalino Brugiolo, o al Coro Sanvito di San Vito di Cadore, in quanto trattasi di raccolta fuori commercio
[2] Per approfondimenti sulla figura di Pietropoli, cfr. G. Antonucci, Il canto di tradizione orale nelle elaborazioni corali di Lamberto Pietropoli, tesi di laurea, Roma, 2010.
[3]. «Come posseduto da un demone superiore, egli sentiva il bisogno di armonizzare, comporre, rielaborare e tradurre per l’esecuzione corale qualsiasi tipo di musica». Sono parole di Vincenzo Vivio, dalla prefazione al XII fascicolo, che mi sono state gentilmente anticipate.
[4] L’esempio citato è tratto dalla versione per voci maschili. Pietropoli ha, infatti, composto questo Agnus Dei, in due versioni, per coro di voci maschili e per coro di voci miste.

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