La parola si fa canto

di Gianmartino Durighello
dossier "Il canto gregoriano nella musica del Novecento", Choraliter 49, aprile 2016


Preambula

Il pullman mi portò fino a Teolo. Da lì avrei dovuto procedere a piedi per un’oretta di cammino circa fino al Monte della Madonna. La neve ricopriva tutto d’intorno e continuava a nevicare mentre i miei piedi scalzi (a quel tempo portavo solo i sandali) cominciavano la salita, animati da una forte gioiosa attesa per quanto lassù avrei vissuto. Un paio di mesi prima avevo iniziato una collaborazione con la comunità dei monaci di Praglia. E tutti i venerdì dal monte scendeva anche don Floriano, per partecipare alle mie lezioni. Un anziano monaco, innamorato del canto e soprattutto del canto gregoriano. Poi, un giorno, inaspettata mi giunse la sua telefonata con la quale mi invitava a passare qualche giorno con lui all’eremo su al monte: «Sento gli anni pesare sempre di più – mi disse – e prima di… vorrei parlarle del canto gregoriano».
Salendo al monte, pensavo a quanto il canto gregoriano era stato ed era importante per me come compositore. «Cosa mi ha spinto – mi chiedevo – e cosa mi spinge a utilizzare questo materiale? Perché il gregoriano è così presente nel mio gesto quando scrivo? E poi, ha ancora qualcosa da dire oggi a chi scrive musica?».
Con queste riflessioni e altre simili muovevo i miei passi verso il monte della Madonna, camminando sulla neve bianca e incorrotta da anima viva. 

In-amoramento e In-canto 

Gregoriano (Greg.): Dury (così ti chiamano gli amici), credo che il gesto dello scrivere musica nasca sempre dall’essere conquistati da qualcosa che ci affascina, ci entusiasma.
Dury: Credo (e spero) sia così anche per me, come per ogni compositore. All’origine ci deve essere un innamoramento, un incanto.
Greg: Amore e Canto! «Quando Amor mi spira, noto».
Dury: Se cerco di ritornare a quando ho cominciato ad amare il canto gregoriano o, meglio, a quando il gregoriano è entrato dentro di me, devo risalire proprio all’età dei primi innamoramenti, ai tempi del liceo.
Greg: Al liceo! Il nostro primo vero incontro.
Dury: Il fascino – ti ricordi? – mi prese quando durante una gita a Firenze entrai a San Miniato al Monte, mentre dalla cripta saliva il canto dei monaci. Un fascino che mi è rimasto dentro fino a oggi. E poi, ancora da studente, in conservatorio, quando l’insegnante di coro, Alessio Randon, iniziò un corso di canto gregoriano il sabato pomeriggio. Sarebbero seguiti i corsi a Cremona con Albarosa, Agustoni, Goeschl…
Greg: Fin qui l’innamoramento, l’incanto. Una sorta di madre lingua musicale che soggiace e rende possibile il comporre.
Dury: Sì, un amore e un canto che crescevano “dentro” di me.

Una via per la libertà

Dury: Il gregoriano, per me giovane compositore, fu innanzitutto una via di libertà.
Greg: Quando, agli inizi degli anni Ottanta, muovevi i tuoi primi passi nel mondo della composizione, il punto di riferimento erano l’Avanguardia e i movimenti a essa successivi…
Dury: Come ho avuto più volte modo di dire (e anche recentemente proprio su Choraliter nell’intervista a cura di Manolo Da Rold), in quei linguaggi non mi sentivo autenticamente me stesso. Fu liberante l’ascolto al concorso di Gorizia di cori del nord Europa. La loro musica contemporanea attingeva limpidamente alle radici della propria tradizione. Cercai allora le mie radici, le radici della mia tradizione. E tra queste c’era il canto gregoriano. Buttai giù di getto un Popule meus e poco dopo un Ascendo ad Patrem che segnarono l’inizio di un vero, personale, percorso creativo, nel quale mi sentivo davvero me stesso.
Greg: In che modo questi due piccoli pezzi hanno che fare con il canto gregoriano? In essi non utilizzi infatti temi del repertorio.
Dury: No, infatti. Non mi interessava tanto attingere ai temi del repertorio gregoriano, quanto allo spirito del gregoriano.
Greg: Il gregoriano nasce dalla Parola. è un canto monodico…
Dury: E io prima di tutto cercai di porre la Parola. E cercavo che dalla Parola nascesse spontanea come nel gregoriano una linea melodica nella purezza di una sola voce. Una monodia però di grande estensione, quella di un coro misto. La melodia passava da una voce all’altra, dai bassi fino ai soprani.
Greg: Quindi la Parola prima di tutto. La Parola che si fa canto. E poi la ricerca di una nuova monodia.
Dury: Sì. E fu per me liberante. Sentii davvero come la tradizione e il progresso sono inscindibili.
Greg: «…questo mio fiore può svelare / la corolla e offrire i petali al sole / ed i profumi ed i colori al cielo / se solo sa concedere alla terra le radici».

Piccole forme e forme di più ampio respiro

Greg: I due motetti che hai citato sono brevissimi, una paginetta soltanto, e durano ognuno neppure un minuto. Ancorarsi al gregoriano limita il compositore a forme brevi?
Dury: Confesso che ero (e sono) affascinato dalle forme brevi. Volevo proprio questo: degli attimi di estrema purezza, caratterizzati da questi due soli elementi: una monodia “corale” e uno stretto rapporto con il testo. E del resto, del gregoriano mi affascinavano proprio i componimenti molto brevi, come le antifone sillabiche dell’Ufficio.
Greg: Ricordi? Il gregoriano l’avevi imparato proprio così, dalle antifone.
Dury: Quanto mi affascinava Albarosa. Nessuna grammatica, alla prima lezione. Solo il canto delle antifone. Le sue mani che danzavano nell’aria. E i suoi occhi che brillavano della luce della Parola che si faceva canto.
Greg: «La Parola nel rivelarsi illumina». Ma torniamo alla mia domanda. Solo forme brevi o il gregoriano può stimolare composizioni di più ampio respiro?
Dury: Poco dopo quei due motetti scrissi la Messa in onore della Madonna di Loreto. E qui dovetti confrontarmi con un progetto compositivo di più ampio respiro. Partii dalle stesse idee che avevano guidato quei due piccoli motetti, ma sviluppandole.
Greg: Quindi ancora la Parola all’inizio di tutto, e poi quella linea monodica dell’estensione di un coro.
Dury: Sì, ma quando una voce passava all’altra…
Greg: Cioè, ad esempio, quando la linea melodica passava dai bassi ai tenori…
Dury: Esattamente. Quando la linea melodica passava dai bassi ai tenori, i bassi tenevano l’ultimo suono prolungato in un pedale, e così i tenori quando passavano la melodia ai contralti. E i contralti ai soprani.
Greg: Il risultato deve essere una grande riverberazione, come se il canto passando tra le voci lasciasse la sua scia sonora dietro di sé.
Dury: Ma a questa idea compositiva se ne intrecciavano altre, ancora mutuate, ma con nuova vita, dai miei primi passi con l’utilizzo dei dodici suoni.

Comporre su tema gregoriano

Greg: Poi però hai cominciato a impiegare veri e propri temi del repertorio gregoriano. Se non sbaglio, allo stesso periodo della Messa risale anche il motetto Veni electa mea.
Dury: Sì, il tema dell’antifona gregoriana, rivestito di una veste ritmica, è affidato alla voce dei contralti. Le altre voci nascono una alla volta proprio aggiungendosi alla voce dei contralti. Come proposito attingevo ancora all’intero bagaglio dei dodici suoni, anche se cominciavo a prediligere un certo tipo di intervalli, quelli più semplici e arcaici.
Greg: Qui però non utilizzi più quella monodia corale di cui si diceva prima. Qui c’è un tema gregoriano, e questo da solo sembra sufficiente a garantire quella purezza che cercavi.
Dury: Non ho mai abbandonato del tutto quell’idea. Ma hai ragione: il tema gregoriano ha già in sé questa purezza. La concentrazione va allora nella ricerca delle altre voci da aggiungere al tema o cantus firmus.
Greg: Insomma, sempre ricerca di purezza, ma per un’altra strada.
Dury: Inoltre, il tema gregoriano poteva porsi all’origine di tutte le mie scelte compositive. Non solo la melodia, ma il ritmo, l’armonia, la struttura formale derivavano da quel tema. Senza contare spunti sul piano mistico simbolico.
Greg: E talvolta, il tema dà origine quasi a una danza. Soprattutto quando la composizione prende il tempo del 3 in 1.
Dury: La cosa non è però ricercata, viene da sé. Anche in altre composizioni successive a Veni electa. Penso a Fratres in Unum del 2003 o ad altre più recenti, come Ex corde scisso del più vicino 2011.
Greg: Che il gregoriano possa diventare una danza…
Dury: Certo, il gregoriano è una danza! E in questo mi guidò proprio don Floriano.

Interludio: la danza angelica

All’eremo passai tre giorni meravigliosi nella preghiera e nel canto e nei colloqui con don Floriano. Mi parlò di Basilio Magno. Di come il santo descrive il canto come proprio degli angeli, una danza angelica. E la stessa parola “coro” – pensavo – etimologicamente indica il luogo dove si danza e quindi il gruppo dei danzatori. «Lodino il suo nome con danze - Laudent nomen eius in choro» (Sal 149,3).Terminarono quei tre giorni, e mi incamminai nella discesa verso Teolo, tutto carico di quella nuova indelebile amicizia. Il sole illuminava la neve sotto i miei piedi. E i piedi correvano, quasi danzavano…

L’incontro tra Gregoriano e Minimalismo

Dury: La danza angelica!
Greg: Un danza tutta interiore, una danza spiritualizzata.
Dury: Non proprio. Una danza spirituale, non spiritualizzata. Nel senso che lo spirito soffia la parola e il canto dentro il nostro cuore. Sarebbe un errore pensare al canto gregoriano come a un canto spiritualizzato. C’è molta fisicità nel canto gregoriano. Perché è Parola di Dio fatta canto umano.
Greg: Spirito e Corpo insieme. E questo deve diventare importante immagino nello scrivere musica.
Dury: A riguardo non posso non pensare a quel periodo nel quale mi ritrovai appiccicata l’etichetta di minimalista.
Greg: In queste opere utilizzi spesso temi attinti dal gregoriano.
Dury: In questo periodo ho approfondito anche il mondo della modalità.
Greg: E quindi le diverse scale.
Dury: Penso che per ogni compositore all’inizio ci sia un approccio alla modalità in senso generico. Poi, con l’approfondimento di questo mondo, si scopre la bellezza della varietà dei diversi modi e delle relative scale. Nell’incontro tra modalità gregoriana e minimalismo mi sono trovato, è vero, a mio agio. Riuscivo a vivere insieme sia l’incessante ricerca e anelito che sento dentro il cuore, e insieme un senso di profonda beatitudine, gioia e pace.
Greg: Alessandro Kirschner concludeva il bellissimo saggio su di te apparso sempre su queste pagine, parlando di «alternanza tra “stasi dinamica” e “dinamica statica”».
Dury: Mi piace questa affermazione. Mi ha colto in pieno.
Greg: Talvolta questo atteggiamento sfocia in uno scampanellìo, un carillion che si fonda ancora sulle note portanti della modalità.
Dury: E addirittura della modalità più arcaica, quella basata su poche corde portanti. Quelle che i teorici del gregoriano chiamano corde madri.

Canto dell’origine e della meta

Greg: Arcaico. Corde madri. C’è il sapore del Primo Giorno. Del giorno della nostra origine.
Dury: E credo sia proprio questo il dono più grande che il gregoriano può farci oggi.
Greg: Già, perché è proprio questa la domanda che sorge spontanea. Cosa può dare ancora oggi il gregoriano a un compositore, dopo che ha permeato di sé tanti secoli di storia?
Dury: Dicevo che è liberante, che ci aiuta a essere autentici e veri, a essere noi stessi. E questo lo fa perché pone in noi il seme della nostra origine, ma anche della nostra meta. Così, comporre, cantare “oggi” è dare suono in autenticità al cammino tra la nostra origine e la nostra meta.
Greg: Che è pace. Beatitudine.
Dury: Per l’appunto: ci rivela la nostra identità più vera. Noi siamo coro, siamo… danza!

Una lingua viva

Greg: Ma cosa spinge a scegliere un determinato tema gregoriano? La sua bellezza intrinseca o piuttosto un’esigenza legata al contesto dell’anno liturgico ad esempio?
Dury: Potrei dire questo e quello. Indubbiamente. Ma, almeno per me, un tema mi interessa ancor prima per quanto mi interpella. Per quanto mi stimola all’incontro liberante e autentico con me stesso.
Greg: In questo senso allora può essere un elemento sempre nuovo.
Dury: Certo. Forse è qui che nasce quella che ancora Alessandro Kirscnher in quell’articolo citato chiamava «contemporaneità arcaica». Proprio perché proteso tra l’origine e la meta, ci aiuta a essere sempre nuovi, sempre attuali, sempre vivi. Mi piace infatti parlare del gregoriano come lingua viva.
Greg: In che senso lingua viva? In latino poi.
Dury: Vedi, a me, come compositore, non interessa il gregoriano né come citazione, né come dato archeologico. Non mi interessa cioè citarlo o riprodurlo come si pensa dovesse essere all’origine.
Greg: Ma allora, tutto quel discorso sull’origine…
Dury: In un altro senso. Non l’origine intesa come il momento storico in cui quelle melodie sono nate, e come gli uomini di quel tempo lo eseguivano. No, non mi interessa.
Greg: E cosa allora?
Dury: Mi interessa bere alla stessa fonte alla quale hanno attinto quegli uomini che hanno generato e alimentato il repertorio gregoriano.
Greg: La spiritualità monastica. Il metodo di ascolto della Parola nella Lectio divina, quel primato della Parola…
Dury: E qui ricordo ancora la grazia che ho ricevuto nel lavoro svolto con i monaci dell’abbazia di Praglia e l’amicizia che ne è seguita con don Giacomo, maestro del coro, e con gli altri suoi confratelli. Mi sono avvicinato alla spiritualità monastica, e ho ripreso la preghiera in canto dell’Ufficio e la quotidiana Lectio divina.

Canto dei servi della Parola

Dury: Come ogni lingua viva, il gregoriano non è mai stato statico, sempre uguale a se stesso. Ma la spiritualità che lo ha generato si è di volta in volta incarnata nei diversi luoghi e tempi in modo insieme nuovo e uguale a se stesso.
Greg: Nuovo nella forma e uno nello spirito.
Dury: Ma non solo. Non si è mai smesso di… comporre gregoriano. Ormai lo sanno tutti che alcuni dei brani più popolari del gregoriano sono stati scritti nel monastero di Solesmes nei primi anni del 1900!
Greg: Non vorrai dirmi che anche tu…
Dury: Beh, ho scritto anch’io, sì, qualche melodia su neumi. E qualche comunità canta queste melodie… gregoriane nelle quali il mio nome ovviamente non appare. Ma non è questo il punto. Mi è capitato anche (come credo a tutti capiti) di sognare alcune melodie. Talvolta al risveglio rimangono. E allora le scrivo. Tra tutte, a me cara, Suscipe me Domine, perché può essere intesa come un manifesto, un impegno di vita. Ho portato questi due esempi per dire che a un certo punto, immersi nell’ascolto e nella meditazione della Parola, è davvero la Parola stessa che trova la strada per farsi canto. Noi diventiamo solo umili suoi servi. Altre volte invece, da sveglio e ben cosciente, cerco proprio una melodia che si libri sullo spirito del Gregoriano.
Greg: Potremmo dire in questo caso “scrivere in stile gregoriano”?
Dury: Preferisco sempre dire “nello spirito del gregoriano”. Tra le partiture attualmente più eseguite del mio repertorio vi sono proprio queste. Penso ad esempio a Exsulta filia Sion.
Greg: Se ho ben compreso, la Parola creatrice non cessa mai di creare attraverso di noi, sue creature. In questo senso è originale una musica che è sempre nuova, ma che attinge a quella fonte di cui dicevi.
Dury: E questo ti sfugge dalle mani, più di quanto si possa pensare. E mentre ti sembra sfuggire dalle mani ti conduce paradossalmente alla scoperta di te stesso.
Greg: Portami un esempio ancora, se non ti dispiace.
Dury: è l’ultimo, ma ben significativo, credo.

Canto dell’infanzia

Dury: Quando ero ancora ragazzo composi una melodia che mi piaceva particolarmente. La chiamai La canzone di un sogno. Per anni cercai di fare di quella melodia un canto vero e proprio, armonizzandola per coro. Ma niente. Un bel po’ di anni più tardi, nel 2005, stavo lavorando al mio Dies irae. Mi misi a costruire una seconda voce sopra la melodia gregoriana del Pie Jesu. Beh, il risultato mi lasciò di stucco: cercando una melodia secondo le regole del contrappunto sul tema gregoriano mi risultò proprio, e inaspettata… la mia Canzone di un sogno.
Greg: Capperi! Deve essere stata davvero una sensazione particolare.
Dury: Vedi cosa intendo quando ti dico che per me compositore il gregoriano ha una forza liberante e rivelatrice? Non solo mi conduce a essere vero e autentico, ma mi svela il mio vero me stesso. E non credo sia limitata a me questa esperienza. Questa forza deve essere universale, perché nasce da quella Parola che tutto ha creato e tutto chiama a sé nell’unità del suo amore infinito.

Graffiti

Greg: Altre volte alcune tue composizioni sono costituite da piccoli bicinia su tema gregoriano, come fossero esercizi di scuola o, questa volta sì, reperti di un passato. Qui ti limiti a cercare il contrappunto sul tema gregoriano.
Dury: Sì. Ma non proprio secondo le regole del ’500. E soprattutto non sono reperti archeologici. Se non nel senso di graffiti, scolpiti nella grotta del mio cuore prima di venire alla luce.

Comporre per la Liturgia in lingua viva

Dury: Un ultimo aspetto è da considerare. Il gregoriano ci aiuta a far nostro un metodo di preghiera e di comporre. Ascoltare, accogliere, ruminare e masticare la Parola nella bocca e nel cuore… Solo se la Parola entra in noi potrà tornare alla luce e donarsi nei nostri canti. Ci vorrà tempo, ci vorranno secoli come fu per il gregoriano, ma credo sia questa la strada per poter comporre autentica musica liturgica in lingua viva. Da giovane sognavo di scrivere grandi sinfonie. Ora sono preso dal fascino della semplice melodia.
Greg: Non è questo però un tornare indietro? Come se un adulto tornasse bambino?
Dury: «Se non ritornerete come bambini…». Prima ho detto che mi sentivo un semplice servo. Ora voglio dire che il mio sogno da compositore è proprio quello di tornare bambino, anzi: infante (= prima dell’uso della parola). La Parola sia davvero al principio della nostra creazione musicale.

Postludio

Stavo ormai giungendo in fondo alla discesa. Non nevicava più. E il sole illuminava e insieme cominciava a sciogliere la neve sotto i miei passi. Il Gregoriano mi aveva messo dentro una gioia grande e tanta voglia di scrivere. Pensavo non solo a me, ma a tutti i fratelli che come me sono compositori. «Che ognuno di noi possa trasmettere anche solo un riflesso – pensavo – un raggio di quella prima Parola che è Luce. Anche solo un raggio. Ognuno un raggio».

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