Paolo Bon, innamorato dell'arcaico

di Luca Bonavia
Dossier compositori, Choraliter 50, agosto 2016

1984, Settembre. Una piccola lettera, scritta e imbucata dalle mani di un bambino, parte lieve e lenta dai monti dell’Ossola – è diretta a Firenze, dove un musicista di nome Paolo Bon ha da poco deciso di orientare la sua vita. Contiene una richiesta: ottenere gli spartiti di alcuni dei canti che il bimbo sente ogni giorno risuonare tra le mura di casa, sperando d’organizzare una inaspettata sorpresa per il suo appassionato papà. Con generosità e dolcezza giunge a breve la risposta, corredata da un raro e prezioso volume manoscritto, contenente vari e inediti “tesori”. Trascorrono, poi, lunghi anni di silenzio. 

Paolo Bon, lasciatosi alle spalle l’intenso vissuto col “suo” coro (il Gruppo Nuovocorale Cesen, come da lui rinominato), la rivoluzionaria proposta di Nuova Coralità, i tanti concerti, concorsi, incisioni, s’è infatti rifugiato in un personale “anfratto” popolato di studi – forzatamente solitari e intimi, – approfondimenti e notti trascorse «a copiare Palestrina e Bach» [1], come un qualsiasi appassionato studente, e leggendo, rileggendo in filigrana ogni scoperta. La sua Diatonomia, intanto, prende piano piano forma, ricoprendo di luce nuova ogni conquista acquisita nei decenni precedenti.

Ci troviamo di fronte, in quegli anni, a un musicista lontano dal pubblico, dai cori e dai loro appassionati, immerso in una profonda evoluzione che coinvolge, come sotto l’influsso di un vento impetuoso, conoscenze, applicazioni e pensieri: solamente nei primi anni ’90 qualche composizione sfugge all’isolamento, ed è nel 1994 che le finestre nuovamente si socchiudono, con rinnovata ispirazione e nuova luce [2]. Le quindici elaborazioni contenute nel primo volume dei Cahiers de musique chorale Valdôtaine, graduate secondo una «progressione crescente di impegno virtuosistico ed espressivo», già lasciano intravedere la raffinata presa di coscienza del musicista-archeologo, che avverte su di sé le pulsioni dell’arché, intravedendole nella lieve filigrana degli esiti orali, unitamente a una sempre maggiore consapevolezza dei propri rigorosi strumenti tecnico/espressivi. L’opera poi, ed è la prima volta in Italia, si presenta con la filosofia del doppio binario, che affianca – per ciascun esito – una scheda filologica, contenente la trascrizione (musicale e letteraria) e numerose note utili allo studioso (compresi i riferimenti bibliografici), e l’elaborazione corale, realizzata con piena libertà.

Questo è il Paolo Bon che nel 1997 approda in territorio ossolano, finalmente riabbraccia il bambino – ora ragazzo – che anni prima lo raggiunse scrivendogli una commovente letterina, e assieme a lui suo padre, sempre e ancora appassionato negli ascolti e nella pratica corale. Da quell’incontro nasce un nuovo progetto, dapprima limitato a un timido tentativo di raccogliere “nove o dieci canti” tra valli e paesi sperduti tra i monti, per riproporli, poi, tra le pagine di un agile volumetto. Anni dopo, in realtà, Cantar Storie si rivela come un’opera monumentale, capace al di là di ogni valutazione critica d’aver realizzato un ulteriore e decisivo rinnovamento della “Nuova Coralità”, una sublimazione di quei principi enunciati tra riviste, concerti e copertine d’album, sapientemente avviati dalle voci del Cesen, e ora resi ancor più maturi e compiuti, a un grado di sviluppo corale, etnomusicale, letterario, maieutico ed espressivo. Possiamo vedere Cantar Storie – ed è così che Paolo lo visse – come una bottega artigiana in continuo fermento, da cui di giorno in giorno s’ascoltano le voci degli attrezzi in movimento, tra febbrili confronti, lettere scritte e ricevute, sovrapposte senz’attendere risposta, telefonate serali e riflessioni notturne, scelte conquistate con fatica e difese, poi, con la forza appassionata degli innamorati veri. Sin dai primi passi Paolo Bon assume su di sé il ruolo di coordinatore dell’intero progetto (cedendo la mano al sottoscritto solamente per il volume conclusivo), convincendosi passo dopo passo della possibile riuscita dell’impresa: creare dal nulla un maestoso archivio, saperlo censire con rigorosa precisione, e coinvolgere uno straordinario gruppo di musicisti, tutti esperti nel campo della coralità “tradizionale”, che con convinzione e generosità contribuiscono alla creazione di un’opera che ben presto si rivelerà unica.

A quei quattro volumi (pubblicati tra il 2009 e il 2016) Paolo Bon contribuisce con 47 sue elaborazioni (29 per cori a voci virili, 14 per cori a voci miste e 4 per cori a voci bianche), che costituiscono, nel loro insieme, uno straordinario fluire di ispirazioni e nuove idee, tra loro così svariate, eppure inconfondibili, cosparse da quello spirito antico da cui sono intrise, e che non può non coinvolgere profondamente la sensibilità di chi le affronta, i cantori che le intonano, e il pubblico che è lì, ad ascoltare.
Ogni volta – ed è come fosse la prima – la bottega appicca le sue luci, e sin dall’arrivo dell’esito (su musicassetta, o compact-disc), l’archeologo si chiude nel suo antro, e ascolta. Ascolta molte, e molte volte, trascrive, decifra. Lo fa con lentezza, una lentezza impetuosa, porta quel frammento d’antico alla luce, e ne intravede la tenue filigrana: il testo, innanzitutto, oggetto quando serve (e solamente quando serve) di un accurato e gentile restauro (che «non si vede (non si deve vedere), appare (deve apparire), solo nel raffronto col testo mutilo e corrotto alla fonte»). La melodia, poi, che offre immancabilmente le sue arcaiche pulsioni, le implicazioni spesso ben celate, tanto da apparire invisibili: e può cominciare, allora, l’opera dell’artista che accantona la sua personalità per aderire a quella, così forte, fluente e impersonale, dell’arcaico. È un corteggiamento, un avvicinamento lento e a tratti quasi sciamanico: è il gesto d’amore di chi quella voce, la voce dell’arché, sa sentire e subire nel profondo.

È il caso della struggente Ein trauriges Walser Wiegenlied (“Una tragica ninnananna Walser”), vicenda di una madre che culla in grembo il proprio figlioletto morente, dove – pur accogliendo le istanze tragiche del testo – lo scavo porta alla luce le implicazioni d’un intatto, e sorprendente, canone inverso perpetuo. O ancora, il Dove vai? (esito mutilo ricondotto al topos letterario della “bevanda sonnifera”), trattato con un canone per tonos descendentes – il secondo della storia della musica (e non stupisce che anche il primo sia stato di suo pugno), l’antico sillogismo sacro del Wo Glöibä da Libe, in forma canonica per doppio coro, e l’affascinante Quei cacciatori, che accoglie il mistero magico e nebbioso del testo «con echi che impastano tutta la materia sonora, lasciando spazio al fantasticare». Ma non posso trascurare – facendo certo torto ad altre elaborazioni, che per motivi di spazio non potrò menzionare – il coro che diviene orchestrina di paese nella serenata di Nozze a Folsogno, e la figura di Annamarii, donna spietata che suscita paure ancestrali, e che «emerge dai precordi dell’umana animalità», ben lontano dalla tenue dolcezza di un Morta per amore che ritrova la lezione del “fior di tomba” nella sua più intima essenza.

Sono pagine, tutte, che – alla luce di una costante e personale evoluzione dell’arte musicale/elaborativa – offrono molteplici spunti, accendono l’entusiasmo dei cantori coinvolti nella dimensione “corale” del progetto, e in diverse occasioni animano dibattiti, convegni e concerti: spesso Paolo Bon s’affianca al coro e al suo direttore-etnomusicologo, per presentare al pubblico l’intero percorso che collega antico e nuovo, nebbie dell’arcaico e luci del palcoscenico. Si parte così dall’ascolto dell’esito acquisito alla fonte (e che, diversamente da quanto avveniva per il folk-revival, non è punto d’arrivo ma punto di partenza per il percorso espressivo), e sono finalmente chiare le tappe del viaggio: l’avventurosa ricerca sul campo, la rigorosa trascrizione, la “campagna di scavi”, l’elaborazione e l’esecuzione, sovente presentata come un aperto cantiere, mostrando e decifrando i ruoli espressivi assunti da ogni singola voce. È evidente, dunque, anche grazie all’ampio spazio offerto in quegli anni da La Cartellina (che rinomina per l’occasione la rubrica Canto popolare in Fonti orali), lo stretto e inscindibile legame tra la Nuova Coralità di Paolo Bon e la Coralità dell’Arcaico vissuta dal Laboratorio Corale Cantar Storie e dal suo direttore [3]. 

Oltre i quattro volumi dell’opera, spiccano due preziosi inediti, entrambi in lingua Walser [4]: la ballata Der Graf un die Goldenkchett (dove è sempre più chiaro l’influsso delle applicazioni di diatonomia nell’attività elaborativa) e la sorprendente Strassburg zur Strassburg, realizzata sopra un esito acquisito in Valle Formazza, con radici estese ai Sesenheimer lieder di Goethe – di chiara origine tradizionale – e ai ricordi della centenaria canadese Rosa Hochstein Kuntz, originaria delle steppe della Russia. Da quell’ascolto Paolo emerge poco convinto, e dubbioso («ci lavorerò, ma questo esito non è tra i più coinvolgenti…»), ma si tratta solamente di uno scherzo dell’arcaico, suscitato da quel ritmo… [5] che non è altro che “il ritmo della Morte”, lo stesso dell’aostana Déserteur!. Così, ritrovato l’entusiasmo e vinto l’inaspettato sentimento di paura («…mi sono fermato perché un brivido mi ha improvvisamente percorso le membra, un senso di gelo, di paura…»), il musicista conclude la sua elaborazione, aggiungendo in calce una nota inequivocabile: «L’Autore ringrazia vivamente la Morte per l’assidua e preziosa collaborazione».

Di quegli anni sono numerose anche altre elaborazioni, e composizioni, rivolte soprattutto ai cori a voci miste: tra tutte, la spassosa Surece, Ranonchie e Grance, composta sopra alla versione napoletana della Batracomiomachia di Francesco Mazzarella Farao, con un sublime Lento e mesto disteso fra tempi di tarantella e una scanzonata, dissacrante marcia finale.

È poi tra il 2006 e il 2008 che l’attenzione si sposta delicatamente verso il mondo della coralità infantile. Alle tre Rumbe matte segue un’opera completa, lo Schinellino di Paolo Bon, una «piccola fiorita di canti per coro infantile» che vuole essere un omaggio alla memoria di Achille Schinelli. Qui viene offerto un percorso reale, che va «dal didattico-espressivo all’espressivo-didattico», e nella prefazione l’autore esprime, con la consueta chiarezza, il proprio intendimento a proposito della questione dell’accompagnamento strumentale al canto per bambini: «Se vogliamo che i grandi dicano: “Come son carini questi bambini, e che bravo il maestro!” li accompagneremo al pianoforte; se invece vogliamo che i bambini imparino, li faremo cantare a cappella, con l’ulteriore vantaggio di risparmiarci i frivoli commenti dei grandi». 

Da qui, i semi per il quarto, e ultimo, volume di Cantar Storie, che vedrà faticosamente la luce anni dopo, al quale Paolo Bon contribuisce con quattro sue elaborazioni, e un saggio introduttivo dedicato alla diatonomia evolutiva: nelle schede filologiche che accompagnano ciascun esito è specificata infatti la struttura diatonica delle rispettive melodie, ed è così che la diatonomia varca nuovamente la soglia di un’opera destinata al mondo dei cori amatoriali. Era già avvenuto, invero, nel volume di Feniarco Voci & tradizione realizzato in collaborazione con l’Associazione Cori della Toscana (seguito da un secondo episodio, Oraliter, edito in autonomia), al quale Paolo Bon collabora con due sue elaborazioni, occupandosi anche – con Alessandro Buggiani e Claudio Malcapi – del coordinamento dell’opera: il criterio ispiratore (come avverrà per i volumi delle restanti regioni) è ancora quello del “doppio binario”, filologico ed espressivo, che appare ormai ineliminabile.

Nonostante questa mia rilettura abbia come detto trascurato l’intensa produzione strumentale e vocalstrumentale, non posso tralasciare la stesura dell’oratorio Passio Sanctorum Victoris et Coronae, realizzato nel 2011 per coro, solisti e quartetto di ance doppie, eseguito a Feltre in occasione del Giubileo dei Santi Martiri Vittore e Corona, composizione intrisa di solennità, echi e aromi d’oriente, e che meriterebbe, senz’alcun dubbio, una futura stampa e divulgazione.

Gli ultimi anni sono poi dedicati a una intima e attenta retrospettiva: dapprima vede la luce Respicere, un’antologia (in due CD-audio) che raccoglie interventi in diversi settori di ricerca musicale, espressiva e speculativa, dedicata a episodi (anche corali) antichi e nuovi, quindi – tra il 2011 e il 2014 – i volumi delle Spigolature corali, che ripropongono un repertorio classico (tra cui tutte le elaborazioni, ormai quasi introvabili, risalenti agli anni valdobbiadenesi), e numerosi brani inediti. Siamo infine all’ultima opera, licenziata nel 2016: è l’antologia corale Respecta cantica, edita da Pizzicato, che scorre attraverso 24 composizioni ed elaborazioni inedite, realizzate dal 1962 al 2008 per diversi organici corali. Scorrendone le pagine, ordinate secondo un preciso criterio cronologico, è evidente – ancora una volta – la continua evoluzione stilistica vissuta da Paolo Bon e dal suo linguaggio musicale, col trascorrere del tempo. L’artista ha ormai “abbandonato gli ormeggi”, approdando finalmente in mare aperto, e il connubio tra rigore compositivo e intensità espressiva si erge (a parere di chi scrive) a livelli mai raggiunti: brani recenti come Àtu paura delle fantasme, lo white spiritual In endless Song e la citata Strassburg, zur Strassburg, costruite sopra mirabili architetture formali, sanno infatti emozionare, e coinvolgere nel profondo. 

Questa mia affettuosa disamina “biografico-corale” è ormai giunta al suo epilogo: quando, bambino, scrissi quella piccola lettera, non immaginavo che 32 anni dopo avrei avuto l’onore di ripercorrere i passi e le opere del mio maestro, come me grande “innamorato dell’Arcaico”. Anche per questo ora gli occhi mi si velano, e rifuggendo dalle onde del sentimentalismo (che Paolo definiva «scorie della produzione affettiva») mi fermo qui, ricordando le parole serene poste a introduzione di quell’ultima antologia: 

«Per me è ormai tempo di respicere, di volgermi indietro. La musica l’ho amata e l’ho odiata, da lei ho preso molto, se le ho dato qualcosa sarà lei a dirlo. In questo quadernetto raccolgo inediti corali d’ogni stagione della mia vita musicale, a partire da tempi assai remoti. Alcuni se n’erano già andati raminghi per il mondo in forma manoscritta, trovando chi buone chi meno buone compagnie, per altri l’avventura comincia ora. A essi auguro buona fortuna, e che portino fortuna anche a chi vi si imbatterà».
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Note

  1. Le citazioni riportate tra virgolette sono tratte dalle prefazioni e introduzioni alle opere citate, o dalla fitta corrispondenza intercorsa tra Paolo Bon e l’autore nel periodo 1996-2016.
  2. Il presente saggio è dedicato principalmente all’attività e alle opere di Paolo Bon nel campo della coralità (sia a livello di elaborazioni, che di composizioni originali). È dunque inevitabilmente trascurata la densa e importante produzione strumentale e vocal-strumentale svolta dai primi anni ’90 ai giorni nostri.
  3. Per un approfondimento si veda l’articolo Coralità dell’arcaico: lungo le rotte di cosmico vagare, da me pubblicato su La Cartellina, nn. 184 e 186 (2009).
  4. Entrambe le elaborazioni sono state realizzate nella duplice versione, per coro a voci virili e per coro a voci miste. Quelle per coro a voci miste sono confluite in Respecta Cantica (2016), mentre l’elaborazione per voci virili di Strassburg, zur Strassburg, unitamente a un approfondimento in merito all’esito orale e alle sue origini, si trova nel mio saggio Il cammino degli archaiòi tipòi verso la sala da concerto: spunti e idee per una Coralità dell’Arcaico, pubblicato su La Cartellina, nn. 174, 176, 177 (2008).
  5. In una sua lettera Paolo Bon scrive: «È un ritmo di “morte”, l’arcaico che sta dentro di noi lo associa simbolicamente alla morte (o associa la morte a quel ritmo, per il nostro arcaico la morte e quel ritmo sono la stessa cosa)».

Bibliografia

Cahiers de musique chorale Valdôtaine - Recueil de chants de recherche élaborées par Paolo Bon, Règion Autonome de la Vallèe d’Aoste, 1994.
Paolo Bon, La teoria evolutiva del diatonismo e le sue applicazioni, Editore Giardini, Pisa, 1995.
Cantar Storie, un viaggio nel canto di tradizione orale delle valli Ossolane, a cura di Luca e Loris Bonavia (volumi I/IV), Ed. Grossi, Domodossola, 1999-2001-2004-2016.
Paolo Bon, Poetica e tecnica dell’intervento espressivo sulle fonti orali, apparso su La Cartellina, Edizioni Musicali Europee, nn. 156-158, 2004/2005.
Paolo Bon, Ricercar sopra le voci. Composizioni corali per voci miste (volumi I/II), Pizzicato Verlag Helvetia, Udine, 2005.
Paolo Bon, Tre Rumbe matte per coro di bambini, legnetti o grattachitarra o altro grattastrumento, Pizzicato Verlag Helvetia, Udine, 2006.
Paolo Bon, Lo Schinellino di Paolo Bon - 20 canti corali per bambini, Pizzicato Verlag Helvetia, Udine, 2008.
Voci & Tradizione - Toscana (a cura di Paolo Bon, Alessandro Buggiani, Claudio Malcapi), Feniarco Edizioni Musicali, San Vito al Tagliamento, 2008.
Paolo Bon, Respicere (doppio cd-audio), ed. in proprio, 2008.
Oraliter - Viaggio fra gli esiti musicali orali raccolti in Toscana ed elaborati per coro (a cura di Paolo Bon, Alessandro Buggiani, Claudio Malcapi), Associazione Cori della Toscana, Arezzo, 2011.
Paolo Bon, Spigolature corali (volumi I/III), disponibili su ilmiolibro.it, 2011/2014.
Paolo Bon, Passio Sanctorum Victoris et Coronae (Oratorio), non pubblicato, versione manoscritta, 2011.
Paolo Bon, Respecta cantica, Pizzicato Verlag Helvetia, Udine, 2016.

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