Perché ci vuole orecchio!
Introduzione all'ear training con Aurelio Zarrelli

di Elide Melchioni
dossier "Il cantore consapevole", Choraliter 63, gennaio 2021

«Colui il quale non è in grado di sentire ciò che legge e di leggere mentalmente ciò che sente non è un musicista». (Zoltán Kodály)

Cosa intendiamo per orecchio musicale? Lo si potrebbe definire come la capacità di comprendere e cogliere unicamente attraverso il senso dell’udito elementi costitutivi e formali della musica, che sia nel suo insieme o in determinati aspetti, quali ad esempio altezza dei suoni, linea melodica, accordi, ritmo, struttura compositiva ecc.
Questa abilità permette di decifrare un costrutto musicale o singole parti di esso, per poi essere in grado di riprodurle a livello vocale o strumentale in modo sostanzialmente fedele.
L’orecchio musicale è una capacità percettiva che talvolta si presenta a livello molto sviluppato fin dall’infanzia, mentre per la maggior parte delle persone si sviluppa con il tempo, l’ascolto e l’esercizio. Sostanzialmente si può parlare di orecchio assoluto riferendosi alla capacità quasi mitica di riconoscere col solo udito, senza quindi riferimenti o aiuti esterni, l’altezza di una nota e quindi di riconoscere facilmente melodie, tonalità, accordi, successioni formali tra aggregati sonori, e riprodurli fedelmente senza bisogno di spartiti. Tale abilità si manifesta spesso in modo innato già in tenera età, non è del tutto chiaro se per motivi ereditari, ambientali o entrambi gli aspetti.
[Citiamo la leggendaria trascrizione a orecchio del Miserere di Allegri, scritta nel 1770 a Roma dal quattordicenne Mozart, dopo solo un ascolto! Il Miserere è una composizione a nove voci per due cori, della durata di oltre dieci minuti, da eseguire a luci spente nella Cappella Sistina durante il mattutino come parte dell’ufficio delle Tenebre della Settimana Santa. Era un brano tanto amato in Vaticano da essere custodito come un segreto fin dal 1630, e la sua riproduzione era severamente vietata! Mozart fu visto con la trascrizione in mano e venne accusato di furto dai componenti della Cappella Sistina che, comprensibilmente, non credevano al racconto del ragazzo! Fu deciso quindi di metterlo musicalmente alla prova. Dopo aver sbalordito con il suo incredibile orecchio la commissione e il papa, fu premiato con la nomina a Cavaliere dell’Ordine dello Speron d’Oro.]

L’orecchio relativo è invece la capacità di riconoscere al primo ascolto gli intervalli melodici tra una nota e l’altra (ovvero la distanza tra le note suonate in successione) e a un secondo livello di profondità di ascolto gli intervalli armonici, ossia suonati nello stesso istante, permettendo così di riconoscere la qualità e la natura degli accordi (bicordo, triade, quadriade; maggiore, minore, di settima, nona, diminuito, eccedente ecc.) al primo ascolto. Inoltre, a un livello ancora più profondo, si possono percepire a orecchio le relazioni tra aggregati sonori, ovvero le funzioni all’interno del brano di questo o quel passaggio-accordo.
Tutte queste capacità sono migliorabili, possono essere allenate nel tempo con buoni o ottimi risultati, e sono l’oggetto dell’ear training. Ci avvicineremo a questa disciplina con l’aiuto di Aurelio Zarrelli, docente di Musica applicata e Ear training presso il conservatorio di Bologna, nonché pianista, compositore, arrangiatore, direttore d’orchestra, orchestratore e supervisore musicale di varie colonne sonore originali per cinema, fiction televisive e teatro.
Poter contare quindi su un buon orecchio relativo è fondamentale per tutti i musicisti per possedere mentalmente quello che si sta facendo: ricordiamo che, a esclusione della nicchia di praticanti il repertorio colto, quasi tutti i musicisti straordinari del passato dell’ambito jazz o di tradizione orale suonavano e cantavano esclusivamente a orecchio! Ed era così anche nel periodo barocco, quando cantanti e strumentisti dovevano eseguire numerose improvvisazioni virtuosistiche per stupire e compiacere il pubblico: si può improvvisare solo avendo una visione mentale di ciò che fanno gli altri e di ciò che vorremmo fare noi. Insomma… ci vuole orecchio!

Maestro Zarrelli, l’ear training gode di grande considerazione negli ultimi tempi: ci può dare una definizione di questa pratica?

L’ear training si potrebbe tradurre come “allenamento dell’orecchio”. È un percorso esperienziale di sviluppo della capacità percettiva-uditiva, della vocalità e del senso ritmico, finalizzato all’acquisizione delle fondamenta degli elementi formali del discorso musicale basato sulle relazioni tra i suoni. Il riferimento è il sistema tonale o modale e le funzioni, i rapporti tra i suoni in questo ambito. Si comincia a parlare di ear training nel mondo anglosassone, inizialmente collegato in via quasi esclusiva al linguaggio jazz, nel quale di certo la capacità di riconoscere e interagire a orecchio con gli aggregati sonori in tempo reale è di fondamentale importanza. In Italia la consapevolezza dell’importanza di questa disciplina percettiva è arrivata tardissimo rispetto al resto del mondo occidentale, con la riforma dei conservatori dal 1999-2000, che ha introdotto la materia sia del biennio che nel triennio in tutti i comparti: classici, jazz, discipline compositive. Ma altrove questa pratica di studio era in uso già da decenni! Ricordiamoci che paghiamo ancora lo scotto di essere l’unico Paese al mondo in cui si studia il solfeggio parlato, quasi fosse necessaria un’astrazione dal dato uditivo, mentre ovunque il solfeggio si fa cantato, come il dettato melodico si fa a più voci.

È una materia dedicata a musicisti e cantanti professionisti o si può proporre anche a cantori amatoriali?

L’esperienza percettiva è proponibile davvero a tutti i livelli. La finalità dell’ear training in un coro credo sia quella di rendere i coristi sempre più coscienti e consapevoli di quello che stanno cantando, di aiutarli a comprendere la relazione della loro parte nel tutto. Il maestro di coro deve ovviamente modulare il linguaggio e il metodo rispetto al gruppo che ha davanti, a seconda del livello di competenza e del lessico musicale posseduto. A tutti i coristi comunque si possono proporre, ovviamente con gradualità, esercizi come il riconoscimento e la produzione vocale degli intervalli, sia consonanti che dissonanti, delle diverse scale (maggiori, minori ecc.); poi si possono costruire triadi, accordi di dominante ecc. Certamente lo studio individuale del singolo corista fa la differenza, ma l’esperienza di gruppo è importantissima, perché trasferisce subito il dato musicale in un contesto armonico e migliora decisamente la comprensione degli aggregati sonori e l’intonazione! Questo allenamento dell’orecchio inoltre dà una grande gratificazione ai cantori, perché si entra nel mondo percettivo/ricettivo e ci si affaccia alla comprensione della forma. E ricordiamo che, considerato l’atteggiamento dei dilettanti verso la musica, l’avere cura del loro slancio emotivo è importantissimo!

Lo sviluppo dell’orecchio è possibile a tutte le età?

Non ci sono dubbi. Nell’ottica della formazione permanente, tutti possiamo migliorare: l’allenamento, il training, appunto, dà sempre dei risultati! Ho avuto esperienze di insegnamento con persone di tutte le età, anche con disabili psichici, ed è ovvio che ci sono dei tempi differenti di miglioramento, anche a seconda della predisposizione individuale, ma la possibilità di crescere musicalmente c’è sempre: bisogna come ho già detto incoraggiare e sostenere la capacità e la voglia di imparare, che si tratti di professionisti o dilettanti!

Ci sono esercizi che potremmo sperimentare anche da soli, a casa?

In rete si trovano moltissimi siti e app anche gratuite per il telefonino, come Ear Master, Perfect Ear e molti altri, certamente molto utili allo studio e all’esercizio individuale, che utilizzano suoni campionati. In ambito di prova, con i suoni reali, il maestro può invece proporre esercizi e pratiche molto semplici e concrete, ad esempio associare l’incipit di una melodia per fissare un dato intervallo (es: Oh when the saints, terza maggiore; Marcia Aida, quarta giusta; Libiamo, sesta maggiore ecc) e stimolare i coristi a fare la stessa cosa da soli, come esercizio a casa: cercando e fissando un certo intervallo in memoria, ce l’avranno sempre più chiaro! Un’altra esperienza didattica molto utile e interessante è riconoscere e cantare suoni nei diversi registri acuto-medio-grave, o se si ha la possibilità anche a casa, suonare gli intervalli con strumenti diversi dal pianoforte e sentire come cambia la percezione a seconda del colore dello strumento. Inoltre, migliorando la capacità di ascolto e di produzione, vi è una consapevolezza diversa nel cantare, e lo ribadisco, l’atteggiamento mentale e l’intonazione del gruppo migliorano moltissimo.

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