L'arte vince sempre
intervista a Davide Benetti
nuovo co-direttore del CGI

di Mauro Zuccante
Portrait, Choraliter 60, gennaio 2020


Feniarco ha affidato la direzione del Coro Giovanile Italiano a una coppia di giovani. A te e a Petra Grassi. Una scelta che, se la memoria non mi inganna, punta interamente, per la prima volta, sulla sinergia di forze giovani. Cosa dobbiamo aspettarci da questa novità? 

Io e Petra arriviamo da esperienza simili. Entrambi diplomati in uno strumento a tastiera, nel corso degli anni abbiamo condiviso da studenti alcuni workshop e seminari e, sebbene cresciuti in due diverse scuole di direzione, abbiamo una visione simile della coralità. Questo potrebbe rappresentare un ottimo punto di partenza per una proficua collaborazione, in cui non è tanto l’età a contare, ma la ricerca di un progetto unitario, di qualità, risultato del continuo confronto di due forti personalità come le nostre.

Ho l’impressione che la nuova generazione di direttori di coro interpreti il mestiere sulla base di un solido profilo professionale. Indiscutibilmente, un ottimo principio. Può essere, però, che ciò vada a collidere con i limiti della coralità amatoriale. Una realtà che, a livello di attitudine tecnica, può presentare ostacoli insuperabili per il raggiungimento di traguardi musicali ambiziosi. Dimmi se sbaglio.

Sbagli! I limiti di un coro sono i limiti che il direttore dello stesso coro si pone. Grazie alla figura di un direttore sempre più preparato, competente e professionale, i cori amatoriali in Italia sono migliorati e la grande crescita qualitativa fatta negli ultimi decenni lo dimostra: oggi possiamo davvero confrontarci alla pari con l’estero, cosa che fino a qualche anno fa era utopia. Probabilmente dirigere un coro amatoriale richiede più pazienza e una grande determinazione e competenza nel saper indicare la strada da intraprendere dal primo passo all’ultimo; saperne superare gli ostacoli con caparbietà, coraggio e un pizzico di leggerezza. Essere amatori non significa fare un lavoro superficiale o di scarso valore; l’amatorialità è di chi ama, non è collegata col farne o meno una professione. Inoltre si potrebbe dire che ci sono alcune realtà professionali che di professionale hanno solo lo stipendio.

Un altro fattore che caratterizza l’ultima leva di maestri di coro italiani è la facilità ad aprirsi e confrontarsi con una più ampia realtà corale internazionale. Alcuni segni sono già rintracciabili nelle scelte di repertorio e nell’individuazione di riferimenti e modelli corali differenti dalla nostra tradizione. Dove ci porterà questa tendenza?

Il confronto con l’estero, sia dal punto di vista della composizione che nella ricerca del suono, è un atteggiamento salutare. Probabilmente in Italia – e questo lo si vede chiaramente nei conservatori – in molte classi di composizione la scrittura per coro viene un po’ snobbata o comunque considerata di serie B, impedendo così di portar avanti una tradizione che nei secoli ha sempre visto l’Italia sulla cresta dell’onda. Quel fermento giovanile attorno alla figura del direttore di coro e del corista stesso non corrisponde a un simile fermento per la figura del compositore per coro, nonostante le dovute eccezioni del caso. Questo gap non è presente o è comunque meno evidente in altre nazioni: da questo l’Italia ha ancora molto da imparare.

Nel tuo curriculum puoi vantare, oltre alle attestazioni sulla direzione di coro, anche l’attività di organista. L’affinità organo-coro si è spesso manifestata come fertile e stimolante. Abbiamo grandi esempi tra i musicisti del passato. Pensi che, anche nel tuo caso, questa simbiosi possa aver giocato un ruolo determinante?

Sì, ne sono abbastanza certo: l’approccio che ho con il coro è davvero simile a quello che ho sullo strumento. L’organo è uno strumento molto complesso, articolato, fatto di suoni differenti ma che assieme creano la magia di un impasto sonoro che va sempre ricercato e adattato alla partitura affrontata. Ecco, lo stesso vale per il coro: guardo a ogni corista come un singolo registro organistico che deve essere valorizzato e guidato al miglioramento nel rispetto della propria identità musicale e senza essere snaturato o forzato a diventare altro da sé. Non dimentichiamo che anche l’organo è uno strumento ad aria dotato di polmoni (il mantice) e necessita di una grande attenzione e rispetto verso l’emissione. L’organo ha bisogno di respirare esattamente come il coro e un bravo organista che rispetta questa esigenza sa far cantare lo strumento. Insomma sono due mondi per me molto vicini e che talvolta addirittura si sovrappongono.

Tra l’altro hai avuto il compito di curare il coro laboratorio nel Seminario per giovani compositori di Aosta. Nell’occasione, credo tu abbia maturato una certa sensibilità in merito al rapporto compositore-interprete. Puoi riassumere quali sono i vantaggi che derivano dal confronto diretto tra l’ideatore di un pezzo e chi ne deve curare la messa in pratica? 

È stata per me un’occasione incredibile che mi ha consentito di lavorare per giorni a stretto contatto con i compositori per la miglior realizzazione del loro brano: avevano infatti bisogno di comprendere le caratteristiche e i limiti tecnici del coro e io potevo confrontarmi in diretta con loro per cogliere le idee musicali che caratterizzavano ciascun brano. I più bravi ed esperti, oltre ad aver creato interessanti composizioni sono riusciti a fare un vestito su misura per il coro laboratorio presente quella settimana, esaltandone le qualità e smussandone le carenze. Così le composizioni venivano modificate e migliorate in corso d’opera grazie al feedback immediato garantito dal coro. Una tale collaborazione diretta tra direttore e compositore per la creazione di nuove pagine dovrebbe diventare un perno stabile e imprescindibile che non può che apportare vantaggi a tutta la coralità; la crescita di un coro dipende infatti in buona parte dalla qualità delle pagine che il corista si trova di fronte.

Parliamo di concorsi. Nello specifico, di quelli per direttori di coro. Nel 2013, ad Arezzo, hai vinto il primo premio al concorso nazionale per direttori di coro Le mani in suono. Un risultato che, credo, ti abbia giustamente inorgoglito e aiutato a consolidare il riconoscimento dei tuoi meriti. Béla Bartók, però, sosteneva che «le competizioni sono fatte per i cavalli, non per gli artisti». Un giudizio provocatorio e tranchant, lo ammetto. Vorrei chiederti, pertanto, se ritieni che, nell’arte, abbia senso stabilire delle graduatorie.

No, nell’arte non ci sono e non ci possono essere graduatorie. Concordo sul fatto che i concorsi siano fatti per i cavalli ma penso anche che possano diventare un bel gioco. Non sono un grande amante delle competizioni e partecipo ai concorsi quando ho bisogno di intraprendere un certo tipo di studio e di confrontarmi con gli altri partecipanti e una giuria qualificata. Poi, inutile dirlo, si partecipa per vincere. Ma allo stesso modo con cui si fa la partita a carte in famiglia, non si dovrebbe dimenticare che lo scopo principale è quello di passare un bel pomeriggio tra parenti, anche quando si è un po’ abbacchiati perché non si sta vincendo. E poi, al di là del concorso in sé, non ci può essere una graduatoria nell’arte perché altrimenti diverrebbe una pura questione di tecnica e ne verrebbe messa in luce solo la forma. Nel contenuto invece l’arte è sempre vera, è sempre prima, vince sempre.

Da qualche anno dirigi il Torino Vocalensemble, una compagine rinomata, impegnata su vari fronti del repertorio corale. In particolare, quali linee guida caratterizzano il tuo operato con questo gruppo, alla luce di continuità col passato e novità?

La linea guida adottata con Torino Vocalensemble è quella che rimane fedele alla mia idea di direttore di coro e TVE è un coro incredibile che mi sta permettendo di portare avanti questo pensiero musicale e di direzione, fondato innanzitutto sulla creazione di progetti, concerti, programmi ad hoc che, oltre a essere vendibili, contribuiscano alla crescita del coro. Un esempio è il programma per MiTo 2020 costruito attorno allo Stabat mater di Poulenc che TVE interpreterà con il soprano Laura Claycomb e Antonio Valentino al pianoforte; tale repertorio sta permettendo una specifica ricerca di suono, di colore, di fraseggio che amplierà ulteriormente le competenze di Torino Vocalensemble. In secondo luogo è un pensiero orientato al progressivo miglioramento della qualità tecnica del coro e dei suoi singoli coristi. In questo senso c’è un lavoro di stretta collaborazione con il vocal coach Phillip Peterson, esattamente come quello che un organista ha con l’organaro che gli costruisce lo strumento e ne cura la qualità dei registri. E con Phillip il confronto è sano perché entrambi lavoriamo per il bene del coro, cercando di avere il massimo per rispetto di ogni voce.

Ti dedichi anche a progetti di formazione, attraverso workshop e il ruolo di docente in una scuola per direttori di coro ideata e diretta da Dario Tabbia. Una delle grandi sfide dell’insegnamento sta nel saper coniugare regole e disciplina con libertà e fantasia. Tu come ti poni? 

Per me è un onore poter insegnare nella stessa scuola nella quale mi sono formato ormai una decina di anni fa. Dario è stato il mio maestro e ora mi ha dato l’opportunità di far parte di questo ottimo team di docenti che sta formando i futuri e i presenti direttori; un compito delicato, ma che cerco di portare avanti al meglio. Nello specifico insegnare una materia vuol dire continuare a impararla. È un’ottima occasione per concedermi del tempo per stare sempre su quelle che vengono definite le tecniche base e i primi approcci alla direzione, continuando ad approfondirli, sviscerarli e rifletterci all’interno del mio percorso di direttore. Sono una persona che si è sempre imposta disciplina e regole nell’apprendimento di qualsiasi cosa e per me questo è l’unico modo per interiorizzare una tecnica. Non possiamo pensare che l’artista sia solo fantasia o estro istantaneo: l’artista è colui che si applica costantemente per domare una materia, farla propria, interiorizzarla per poi trascenderla, metterla a disposizione, facendola diventare arte. 

Nel ringraziarti per la disponibilità, un’ultima domanda. Von Karajan sosteneva che «coloro che hanno raggiunto tutti i loro obiettivi, li hanno posti probabilmente troppo in basso». Non credo sia il tuo caso. Cosa ti aspetti di raggiungere, o di non raggiungere?

Che bella domanda! Riflettendo sulla frase di Von Karajan penserei che nel momento in cui un evento di qualsiasi tipo – in questo caso un buon concerto, un’incisione, la vittoria a un concorso – riesca a diventare il mezzo per un momento di autentica felicità, di vera pienezza, di guarigione, debba essere considerato un obiettivo alto. Al contrario, se lo stesso obiettivo fosse esclusivamente fine a se stesso e perdesse così la funzione di prima, si rischierebbe di usare l’arte per aumentare la propria importanza personale, per sentirsi più speciali di altri… e sarebbe davvero un’occasione sprecata!

Biografia di Davide Benetti

Diplomato in organo e composizione organistica presso l’Istituto musicale pareggiato di Aosta e presso l’Accademia Internazionale della musica di Milano, ha poi conseguito Le Diplôme de soliste in organo e improvvisazione organistica presso la Haute École de Musique di Ginevra con Alessio Corti. Dopo la laurea a indirizzo musicale presso il DAMS di Torino, ha conseguito la laurea specialistica in composizione corale e direzione di coro presso il Conservatorio G. Verdi di Torino con Paolo Tonini Bossi e Dario Tabbia. Ha frequentato master di perfezionamento in direzione di coro con importanti direttori quali Marco Berrini, Peter Broadbent, Javier Busto, Nicole Corti, Lorenzo Donati, Gary Graden, Bo Holten, Luigi Marzola, Ragnar Rasmussen e nel 2013 ha vinto il primo premio al concorso nazionale per direttori di coro Le mani in suono ad Arezzo.
È stato direttore artistico dell’Ensemble Vocal de Si de La e dell’Arcova Vocal Ensemble, mentre dal 2017 dirige Torino Vocalensemble con il quale svolge un’intensa attività concertistica in Italia e all’estero. Nel 2014 e nel 2016 ha diretto il coro laboratorio per il Seminario europeo per compositori, organizzato da Feniarco, ECA-EC e Arcova, collaborando con Philip Lawson, Vytautas Miškinis e Z. Randall Stroope. Attualmente insegna organo ed esercitazioni corali presso la SFOM (Scuola di Formazione e Orientamento Musicale) di Aosta e, dal 2014, è docente della Scuola per direttori di coro Il respiro è già canto di Torino, oltre che in numerosi altri corsi e stage per cori e direttori.

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