Nel rispetto della voce
Intervista a Pierangelo Valtinoni

di Pierluigi Comparin
Dossier compositori, Choraliter 62, settembre 2020

Pierangelo Valtinoni, compositore, direttore e organista vicentino, è uno dei compositori più stimati per le sue opere per ragazzi: Il ragazzo col violino, su libretto di Roberto Piumini, Pinocchio, una delle opere contemporanee più rappresentate in Europa, La Regina delle nevi, Il Mago di Oz e Alice nel Paese delle Meraviglie, tutte e quattro su libretto di Paolo Madron. Assai attivo fuori dai confini d’Italia, le sue composizioni sono eseguite in Italia, Europa, Asia e America, incise per importanti etichette e trasmesse dalla Deutschland Radio, da Radio Berlin RBB, da DR Radio, da Sky Classica e da Radio 3. 

Mi fa piacere iniziare questo dialogo con Pierangelo, caro amico dai tempi dei primi studi musicali e oggi stimatissimo collega presso il conservatorio di Vicenza, chiedendogli di raccontare com’è nata la sua passione per la musica e qual è stato il percorso della sua formazione musicale.

Come per molti altri musicisti la mia passione per la musica nasce da bambino, grazie ai miei genitori appassionati di musica che mi hanno spinto a studiare dapprima la fisarmonica e poi l’organo. Il mio primo contatto con la musica di una certa complessità l’ho avuto ascoltando la musica sacra che veniva eseguita nelle chiese del mio paese. Il coro e l’organo liturgico, perciò, sono alla base della mia formazione musicale. Di seguito ho intrapreso gli studi in conservatorio, studiando dapprima l’organo, poi la musica corale, la composizione e infine la direzione d’orchestra. Mi sento debitore anche verso gli amici che frequentavo da ragazzo, anch’essi amanti della musica, anche se non quella normalmente definita “classica”. Grazie a loro, infatti, ho potuto conoscere un mondo musicale differente da quello accademico, un mondo che sicuramente ha influito nel mio modo di pensare la musica.

Ricordo che eri un ottimo esecutore e accompagnatore all’organo. Come è maturata in te la decisione di accostarti e successivamente consacrarti alla composizione? 

Per un periodo di tempo ho tenuto concerti come solista, come accompagnatore e anche come direttore di gruppi corali e strumentali. Ma l’inventare musica nuova ha sempre avuto un grande fascino su di me, anche da bambino, quando componevo d’istinto cioè senza avere coscienza di quello che stavo facendo. A un certo punto della mia vita ho scelto di dedicarmi quasi esclusivamente alla composizione. Questo perché la figura dell’esecutore richiede molto tempo per lo studio della musica da eseguire. Inoltre, scrivendo su commissione da un po’ di anni, ho la necessità di rispettare i tempi previsti per la consegna del materiale. Dedicare tempo all’esecuzione, quindi, significherebbe toglierlo alla composizione. Confesso però che quando sento suonare un bravo organista o quando vedo dirigere un bravo direttore provo una gran voglia di rimettermi in gioco.

Nel tuo percorso di studi musicali hai avuto delle figure di riferimento?

Certamente. I miei maestri, innanzitutto: Antonio Cozza per l’organo, Ugo Amendola e Wolfango Dalla Vecchia per la composizione e Ludmil Descev e Vram Tchiftchian per la direzione d’orchestra. Anche se ho avuto la possibilità di studiare con altre figure musicali importanti ma specializzate in particolari settori, come ad esempio Luigi Ferdinando Tagliavini, Michael Radulescu, Harald Vogel e André Isoir per la musica organistica, l’incontro con questi maestri è stato di grande importanza per la mia formazione soprattutto perché ho trovato in ciascuno di loro quello che io reputo la dote indispensabile di un vero maestro e cioè quella di non imporre un proprio modo di vedere le cose bensì di fornire allo studente gli strumenti necessari per scoprire se stesso.

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Oltre alla musica definita classica ci sono altri ambiti musicali che hanno catturato il tuo interesse o la tua curiosità?

Ho sempre ascoltato e ascolto tuttora qualsiasi tipo di musica. Non ho mai ordinato la musica per generi o stili. Semmai, essendo un compositore, per grado di complessità. I compositori del cosiddetto filone “colto” che mi piacciono di più e con i quali mi trovo particolarmente in sintonia sono tantissimi: Bach, Beethoven, Brahms, Stravinskij, Britten, Ligeti. Da ragazzo ho amato il Progressive rock degli anni Settanta che ascolto ancora oggi insieme al jazz, alla musica per film e alla musica tradizionale, in particolare quella italiana. 

A oggi sei uno dei compositori più eseguiti con le tue opere musicali per ragazzi, ma nella tua vasta produzione troviamo anche una serie di composizioni per coro a cappella o coro ed ensemble strumentale. Che cosa rappresenta il coro nella tua produzione e quanto è presente? Che tipo di strumento è per te il coro? 

Quando ero ragazzo svolgevo l’attività di organista nelle chiese. Se avessi scritto per coro a cappella o per coro accompagnato avrei avuto più possibilità che le mie composizioni fossero eseguite. E così è stato, anche quando ho iniziato a dirigere un coro. Naturalmente graduavo le difficoltà esecutive in relazione alle capacità del coro per il quale scrivevo: minime nel caso di un coro amatoriale ma consistenti nel caso di un coro professionale. La passione per il coro è comunque rimasta invariata nel tempo anche se da un certo momento in poi le composizioni dedicate a esso sono diventate sporadiche e occasionali. Come tutti gli strumenti musicali, anche il coro ha le sue specificità. Tecniche, innanzitutto, come la diversità dei registri nelle zone grave, media e acuta; oppure la tenuta dell’intonazione, problema che deve essere preso in seria considerazione da parte del compositore, soprattutto quando le voci non sono accompagnate da strumenti. Un altro elemento da considerare è che il corista deve provare una certa gratificazione nel cantare la propria parte e quindi una continua insistenza nella ripetitività oppure nella ricerca di “effetti speciali” se da un lato può soddisfare l’ascoltatore dall’altro potrebbe essere poco stimolante per il corista.

Con il mio coro, I Polifonici Vicentini, ho avuto la fortuna di eseguire in prima assoluta alcuni tuoi lavori: il Te Deum per soprano, coro e organo concertante in occasione del restauro della chiesa di Santo Stefano di Vicenza e la Cantata della Creazione per soprano, coro, oboe/corno inglese, violoncello, arpa e organo commissionata dal Festival Biblico nel 2015. Partendo dalla mia esperienza personale, posso dire che per i coristi il primo approccio non è immediato ma appena il lavoro viene assimilato e ancora di più, una volta studiato per le esecuzioni i coristi cantano sempre con grande piacere le tue musiche perché in tutte le voci trovano una linea melodica che canta bene e una struttura compositiva perfetta. Che rapporto hai con chi esegue la tua musica e che consigli daresti a un direttore o a un corista che si appresta a eseguire una tua composizione?

Per quanto riguarda il grado di immediatezza, quanto hai detto non è che una conferma di quello che mi dicono gli strumentisti, nel caso di composizioni strumentali, oppure i solisti, i coristi e gli orchestrali nel caso delle opere liriche. E cioè che la mia musica richiede un po’ di fatica per essere assimilata ma che nel momento in cui viene eseguita, dopo che l’assimilazione tecnica e musicale da parte degli esecutori è avvenuta, la fruizione del pubblico è immediata. In realtà non so bene perché avvenga questo. Forse è una proiezione inconscia del fatto che ho sempre pensato che il contenuto (quello che si vuole dire) e la forma (come lo si vuole dire), sia essa precostituita oppure “in divenire”, devono essere in perfetto equilibrio tra loro. Il consiglio che darei a un direttore o a un corista che si accinge a eseguire la mia musica è quello di avere un po’ di pazienza e di non fermarsi alle prime difficoltà.

Seppure in modo diverso, ti trovi a dover lavorare con un testo che deve essere rivestito musicalmente sia per quanto riguarda le opere che le composizioni corali. Qual è il tuo rapporto con i testi da mettere in musica?

Mentre in una composizione strumentale ciò che genera il contenuto e la forma si trova all’interno del suono stesso, in una composizione per coro o per voce è la parola che deve essere posta alla base della struttura musicale. La parola suggerisce al compositore, che deve interpretare il testo secondo la sua personalità, cosa e come deve comporre. Quando inizio a musicare un testo le cose a cui mi attengo sono queste. Qualche volta applico gli stessi atteggiamenti retorici che guidavano i compositori del passato. Ad esempio faccio salire le voci se si parla del cielo oppure le faccio scendere se il testo descrive le profondità del mare. Penso infatti che la personalità di un autore non dipenda da l’utilizzo o meno di questi antichi procedimenti bensì dal personale uso del ritmo, della melodia, dell’armonia e della forma e dalla loro interazione all’interno del processo compositivo. Inoltre, essendo convinto che la musica debba essere sorretta da un propria grammatica e da una propria sintassi, credo che una composizione su testo debba stare in piedi anche senza testo.

Da poco sei stato designato come membro della commissione artistica Feniarco. Come trovi il mondo corale italiano che è in costante crescita seppur nella grande maggioranza dei casi amatoriale? Che differenza trovi con le tue esperienze all’estero? 

Mi sento onorato di coprire questo incarico e sono felice di essere in compagnia di colleghi importanti, attivi e simpatici. Da loro sto imparando molto perché avendo abbandonato l’attività di direttore di coro da molto tempo, è grazie a questi primi video-incontri della commissione se sono venuto a conoscenza delle tante problematiche del mondo corale italiano, in particolare quello amatoriale, estremamente effervescente. All’estero conosco principalmente cori professionali, semi-professionali o cori lirici e di voci bianche che lavorano in teatro. Conosco anche alcuni cori amatoriali che dal punto di vista del risultato finale sono molto simili ai cori non professionali italiani. Forse all’estero l’approccio alla coralità amatoriale è più scientifico e l’impiego del metodo Kodály o lo studio del solfeggio cantato è più comune che da noi. Perciò ogni corista è più autonomo nello studio della propria parte.

C’è una partitura corale alla quale sei particolarmente legato o che è stata significativa per te?

La Cantata della Creazione, la Cantata della Guerra e il Te Deum, partiture che tu conosci molto bene avendole splendidamente dirette, mi sono particolarmente care. Così come l’inno Domine, Dominus noster per coro e orchestra oppure il mottetto Ad honorem Regi summi per coro a cappella, anche se vocalmente sono entrambi pezzi molto difficili. La partitura che forse mi è più cara, però, è quella della Messa per due voci bianche e organo che ho scritto da ragazzo per un coro di bambini di una chiesa dove ero organista e che poi ho rivisitato in occasione della sua pubblicazione. Spesso mi arrivano notizie di esecuzioni o incisioni fatte da diversi cori. Lo stile compositivo risente dei primi approcci con le musiche di Haydn e di Mozart di quel periodo e quindi non c’è nulla di innovativo in esso. Affettivamente, però, mi sento particolarmente legato a questa Messa, forse perché è stata la mia prima e compiuta fatica.

Che consiglio daresti a un giovane compositore che intende scrivere un brano corale?

Innanzitutto di fare esperienza come corista e poi come direttore. Nessuna scuola è migliore dell’esperienza diretta. In seconda istanza di avere rispetto per la voce che può fare tante cose ma non tutte piacevoli allo stesso modo per chi la usa. Infine consiglierei di non lasciarsi condizionare troppo dalla moda del momento, valida certamente per chi la inventa ma non ugualmente per gli epigoni. Gli suggerirei piuttosto di cercare dentro di sé la propria originale personalità musicale.

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